Qualche settimana fa sulle home page degli utenti del social network più famoso del mondo (Facebook per chi fosse ignorante in materia) sono comparsi commenti alquanto bizzarri. I post incriminati erano ad opera di utenti del gentil sesso che, molto giocondamente, condividevano sulla propria bacheca l’ammontare di una multa molto salata, senza paventare la possibile vergogna di essere incappate in una così alta contravvenzione. D’altra parte, sebbene l’equazione “donna al volante, pericolo costante” potesse spiegare il perché di cotante multe, la stessa equazione non poteva in alcun modo spiegare l’ilarità generale che il gentil sesso condivideva. Ilarità che cresceva esponenzialmente con il crescere dell’importo delle multe. Dal punto di vista della popolazione maschile del nostro amato faccialibro, dopo l’iniziale e sintomatico giramento di palle, ci si cominciò a chiedere il perché di tutto ciò. Personalmente, memore di quello che successe un paio di mesi or sono con la storia del colore dei reggiseno, mi sono rivolto direttamente a Google. Il Saggio ha risposto con la solita celerità (qualche millisecondo) ed ecco scoperto l’arcano: una lista di “peccati” che se compiuti in passato danno luogo ad una ipotetica multa da pagare, quella che poi le donzelle postavano sul loro profilo. Ecco la lista:
Fumare canne 10 euro Prendere pastiglie 5 euro Fare sesso in una chiesa 25 euro Svegliarti e non sapere chi è il tipo con cui sei andata a letto 40 euro Aver fatto sesso con uno dei tuoi amici di Facebook 25 euro Aver fatto sesso in cambio di soldi 100 euro Aver fatto sesso con uno straniero 20 euro Aver fatto atti vandalici 20 euro Aver fatto sesso nel letto dei tuoi genitori 10 euro Aver picchiato qualcuno 20 euro Aver pagato un gigolò 25 euro Esserti innamorata di un gigolò 20 euro Aver baciato qualcuno che non conoscevi 10 euro Aver bevuto e guidato 20 euro Essere andata a lavorare direttamente ancora mezza ubriaca 50 euro Aver fatto sesso nel mare/piscina 20 euro Aver baciato un'altra ragazza 40 euro Aver fatto sesso con un'altra ragazza 60 euro Aver messo le corna a tuo moroso 20 euro Aver messo le corna a tuo moroso con un suo amico 40 euro Esserti masturbata 10 euro Aver praticato sesso orale 10 euro Aver ricevuto sesso orale 10 euro Aver fatto sesso orale in macchina mentre il tuo lui stava guidando 20 Euro Aver rubato qualcosa 10 euro Aver fatto sesso con qualcuno che è stato in prigione 25 euro Aver fatto un video o foto compromettenti 15 euro Aver rubato qualcosa con valore superiore a 100 euro 20 euro Averlo fatto in tre 50 euro Aver fatto sesso in pubblico 20 euro Esserti trovata nella stessa stanza mentre altri facevano sesso.25 euro Aver fatto sesso con qualcuno 10 anni più giovane 25 euro Aver fatto sesso con qualcuno 20 anni più vecchio 20 euro Esserti innamorata di due ragazzi contemporaneamente 50 euro Aver detto a qualcuno "ti amo" senza sentirlo veramente 25 euro Aver fatto sesso con il tuo migliore amico 25 euro Aver fatto sesso con qualcuno del tuo lavoro 25 euro Aver finto un orgasmo 15 euro Aver fatto sesso anale 20 euro
Erano bellissimi i commenti, a parte quelli sperduti dei maschietti, che si scambiavano le varie amiche: “ma sei una santa!”, “sono proprio un vacca”, “Giuseppa, sei proprio una troia!”, e così via… Ovviamente i membri del gentil sesso si crogiolavano nell’autocompiacimento di non fare conoscere ai loro amici maschi gli esatti “peccati” da loro commessi; come si suole dire “si dice il peccato (l’ammontare della multa), ma non il peccatore (le singole contravvenzioni)”. Ebbene io mi sono chiesto, ma perché non lo facciamo anche noi? No, non sto parlando di scrivere sul nostro profilo che di che colore sono le nostre mutande,anche perché oltre al classico “nero” o “bianco” ci ritroveremmo pieni di “mah, non lo so prima erano bianche, dopo una settimana gialle davanti e marroni dietro” oppure “bucate sul didietro”… Dico io, stiliamo una lista di cose di una portata inimmaginabilmente impronunciabile da fare inorridire il più bigotto dei puristi cattolici e Facebookiamo le nostre multe, alla faccia loro. Certo la lista delle donne non va bene per noi (ad esempio, esserti fatto pagare per fare sesso: altro che multa, sei il mio idolo!), ce ne vuole una ex novo. Tranquilli, uomini, ci penso io, voi dovete solo avere la calcolatrice e 10 minuti per fare i conti. Ecco la lista dei nostri 39 “peccati capitali”:
Fumare le canne: 5 euro (depenalizziamo le droghe leggere) Pippare di coca: 25 euro (penalizziamo le droghe pesanti) Sbronza colossale: 10 euro (solo per il mal di testa post-sbornia) Andare a letto con una donna brutta: 20 euro (quando ci vuole, ci vuole) Essersi fatti un “Sacchetto Ingegneristico”: 10 euro (dicesi “Sacchetto Ingegneristico” una donna con un corpo fantastico, ma un viso talmente brutto da somigliare ad un quadro di Picasso: ci vuole più coraggio a baciarla che a farci l’amore) Avere bestemmiato a squarcia gola: 30 euro (con mastercard) Avere fatto cose sconce con una tua cugina: 15 euro (dai, non è poi così grave…) Avere fatto sesso con tua cugina: 25 euro (ok che “non c’è cosa più divina…” ma ci sono certi limiti.) Avere fatto attivamente sesso anale con uomo: 50 euro (si dice che sia ghei chi prende, ma non chi da) Avere subito sesso anale: 100 euro (idem come sopra) Avere baciato un uomo: 25 euro (di la verità, che in fondo ti è piaciuto...) Avere slinguazzato con un uomo: 75 euro (ed i peli sulla lingua?) Avere rubato qualcosa: 30 euro (non era il 13esimo comandamento?) Avere picchiato un’altro uomo: 20 euro (beh dai un po’ di sano bullismo da scuola media) Avere picchiato una donna: 80 euro (le donne non si toccano nemmeno con un fiore) Essere stato picchiato da una donna: 100 euro (ti prego raccontacela, facci ridere!) Odiare il calcio: 100 euro (che razza di uomo sei?) Farti schifo le lesbiche: 80 euro (blasfemo che non sei altro!) Cornificare la tua fidanzata: 50 euro ( eddai, non si fa) Avere fatto sesso in 3: 2 uomini ed una donna: 25 euro (e lo sfregamento tra gli scroti dove lo mettiamo?) Odiare il porno: 40 euro (ma che uomo sei?) Avere fino un orgasmo: 30 euro (a chi credi di averla data a bere?) Esserti fatto una tardona alla soglia della menopausa: 30 euro (e via di vasellina…) Essere andato a mignotte: 50 euro (più o meno il prezzo della prestazione media, no?) Avere cantato cori razzisti allo stadio: 45 euro (proprio da italiano medio) Esserti masturbato in presenza di soli altri uomini: 50 euro (come hai fatto ad eccitarti?) Atti di vandalismo: 35 euro (sei uno squatter!) Non esserti mai rotto nemmeno un ossicino: 40 euro (ma a cosa giocavi da piccolo? Scacchi?) Odiare le cravatte: 50 euro (no way…) Avere fatto sesso con una minorenne: 50 euro (pedofilo bastardo!) Essere di destra: 25 euro (sei uno sporco fascista!) Essere di sinistra: 25 euro (sordido comunista che non sei altro!) Essere di centro: 50 euro (sei inutile come il caprino su un cane bagnato) Essere apolitico: 55 euro (come un centrista, anzi 5 euro peggio) Avere vomitato addosso ad un amico: 10 euro (beh può capitare) Avere vomitato addosso alla tua ragazza: 25 euro (anche questo può capitare, di solito ne esci single…) Masturbazione plurima e forsennata nel corso della stessa giornata: 25 euro (direi più di 2 volte in un giorno) Avere palpeggiato un donna non consenziente: 35 euro (per la legge, a quanto pare, è violenza sessuale) Avere provato desiderio sessuale nei confronti di tua madre: 75 euro (che combini? La mamma è sempre la mamma!)
Fatemi fare due conti, sono un ingegnere, non ho bisogno della calcolatrice: 365. Tanto? Poco? Mah, non saprei, vediamo i vostri risultati…
Che cosa sarebbe di noi se non avessimo le nostre buone italiche vecchie abitudini? Un cucchiaio di olio di ricino alla sera prima di addormentarsi, quattro manganellate ai dissidenti di turno, un paio di leggi “ad personam” prima di colazione e poi subito a confessarsi dopo avere baciato le mani ai capoclan di cosa nostra, prima di andare con una bella escort, si intende. Come i miei compagni di università faticheranno a dimenticare, ho deciso di riprendere il mio personalissimo modo cinico, sarcastico ed arrogante per fare polemica, da me abbandonato negli ultimi tempi. Ed allora, facciamo polemica. Oggi ce l’ho con il Galateo.
Potrei ridurmi a parafrasare il buon vecchio Peppino Impastato e dichiarare a tutta voce che “il Galateo è una montagna di merda”, ma visto che siamo in tema di buona educazione sostituirò la parola “merda” con “feci”. Abbiamo tutti sentito parlare durante la nostra giovinezza di buone maniere, Galateo, bon ton, creanza, rispetto, specialmente quando eravamo bimbi ed abbiamo imparato il significato di queste parole solo dopo sonori e dolorosissimi scappellotti dietro alle orecchie. Era la metà del quattordicesimo secolo, l’America era stata scoperta da poco, Galileo Galilei ancora non sapeva di essere a questo mondo per cui il Sole girava ancora intorno alla Terra che era rigorosamente piatta, il metodo scientifico non apparteneva ancora a questo mondo e sul principio di inerzia nessuno aveva mai ancora detto la sua. In questo periodo apparentemente buio, un certo Monsignor Giovanni Della Casa si decise a rovinare intere generazioni future pubblicando un libro sulle corrette abitudini e comportamenti da tenere in determinate circostanze di vita mondana e non. Insomma, una porcheria maledetta che ha rovinato le giovinezze di svariati milioni di pargoli nei cinquecento anni a venire. Il caro Monsignore (ed i suoi degni futuri seguaci) si sono occupati principalmente di insegnarci ad essere cordiali e ben educati quando stiamo seduti a tavola. Ecco una fotografia del Monsignore a pochi istanti dalla sua prematura, aristocratica ed educatissima dipartita:
Come tutti sanno certamente, durante la condivisione del desco è assolutamente vietato: - augurare buon appetito perché sembra che porti sfortuna (un po’ come augurare buongiorno ad un condannato a morte) - avvicinarsi col viso alle posate (a quanto pare è anche vietato essere comodi) - tagliuzzare il cibo tutto in una volta (no, in fondo lo scopo del gioco è vedere chi soffoca per primo nel tentativo di ingoiare intera una bistecca di tacchino) - raccogliere il sugo rimasto con il pane, la mitica scarpetta (e questa è pura blasfemia) - sputacchiare i noccioli delle olive o della frutta in piatti o posacenere (ingoiateli! Alla loro uscita per la porta sul retro potreste trovarvi costretti a sostituire il WC) - tagliare la frittata col coltello (dio mio con che cazzo la devo tagliare???) - aggiungere sale se non invitato dalla padrona di casa (il sale costa, la padrona di casa è tirchia anche se LA padrona di casa si dovesse malauguratamente rivelare UN padrone di casa) - usare gli stuzzicadenti che non devono MAI essere messi in tavola (certo, meglio tenersi il grasso della porchetta tra i denti o i pezzi di insalata nelle gengive) Ma non è mica finita qui: tutti quanti seduti a tavola con schiena eretta, staccata dalla sedia, gomiti non appoggiati al tavolo, collo rigido, scopa nel culo e puzza sotto al naso così da non rimpiangere un buon vecchio circolo aristocratico dove per smaltire la cena si organizza una bella battuta di caccia allo schiavo, un sano safari di animali in via di estinzione, senza dimenticarsi di picchiare la propria mogliera che ha decisamente osato troppo dicendoti “ti amo” davanti ai tuoi virilissimi colleghi. Esiste poi il “codice segreto delle posate”. In base a come vengono lasciate le posate nel piatto, infatti, il cameriere esegue determinati ordini. Se sono incrociate sul piatto significa “non ho ancora finito di mangiare, stai lontano, lurido plebeo”; se invece sono entrambe dalla stessa parte allora il cameriere ha il permesso di avvicinarsi e sparecchiare dalle stoviglie usate; infine, se riuscite a recuperare molto garbatamente tutti i sedici cucchiai della tavolata e crearvi una perfetta riproduzione della Stele di Rosetta, il cameriere si sottoporrà a senza esitazione ad una partita a “lo schiaffo del soldato”, per la gioia di tutti i presenti. Si narra invece che una particolare combinazione di posate sia stata fatale a John Fitzgerald Kennedy e Martin Luther King, mentre invece la stesso identico codice pare abbia portato al concepimento dei principi William ed Harry Windsor. Insomma: occhio a come poggiate le posate ad una cena di gala, potreste trovarvi morti ammazzati con un sasso in bocca o con la mogliera pregna senza nemmeno il tempo di dire “E che cribbio non c’è più la mezza stagione.”
Curiosamente il galateo prevede anche qualcosa si intelligente, ovvero il divieto categorico di emettere "rumori corporali molesti" durante il pasto. Ancora più curiosamente, però, esso prevede che nel malaugurato caso si dovesse verificare una situazione del genere, è necessario fare finta di nulla e procedere oltre, ostentando una noncurante sicurezza, in quanto i commensali potrebbero non avere udito il tanto maleducato rumore. Ecco, il caro monsignor Della Casa dovrebbe pranzare un paio di volte con la mia prozia. La mia cara vegliarda parente raccomandava a nipoti e pronipoti di usare "creanza" prima del pasto e poi concludeva ogni portata con rutti talmente sonori da fare apparire magicamente le mèches al malcapitato seduto di fianco a lei. C'è chi sostiene che lo strano effetto fosse dovuto alla particolare fiatazza della suddetta parente.
"Oh, Claudia... Bambina, ma non avevo notato i tuoi nuovi colpi di sole... Li avevi anche prima del dolce?" In effetti noi pronipoti seguivamo il galateo... Nel senso che evitavamo di commentare e facevamo finta di nulla, sebbene Claudia (un puro nome di fantasia) non avesse mai neanche lontanamente desiderato le mèches. Fortunatamente la cara prozia si asteneva da peti o petofiamme fuori controllo, di cui però suo fratello era universalmente riconosciuto quale campione olimpico. Diciamocelo, anche in quel caso sarebbe stato possibile fare orecchie da mercante se le petofiamme in questione non fossero state talmente suggestive da illuminare a giorno l'intero circondario. In ogni caso i pranzi di Natale e Pasqua a casa mia erano abbastanza pittoreschi; degni da essere citati negli annali, insomma.
Diverso è, secondo il Galateo, il caso dello starnuto: in tal caso è assolutamente inappropriato augurare "salute" alla persona raffreddata. La prossima volta che vedrò un poliziotto starnutire in maniera plateale, gli augurerò di crepare tra le peggiori pene dell'Inferno, vediamo se apprezza questi insegnamenti clericali. Nel caso dobbiate sbadigliare o tossire si raccomanda di mettere la mano davanti alla bocca. Il signor Galateo non parla invece di cosa fare in caso di espettorazione nel piatto del vicino, probabilmente è il caso di fare finta di niente, come per i rumori corporali, magari il commensale non si accorge e fagocita i suoi tortellini in brodo in maniera tanto garbata da non accorgersi di quella cosa giallo-verdognola che ci galleggiava dentro. Nel caso siate raffreddati occorre soffiarsi il naso con discrezione, contenendo il più possibile ogni rumore. Sopravvenendo questa necessità durante un pasto, è opportuno appartarsi. Massì, avete la goccia al naso? Vi guardate in torno con fare saccente e individuate la prima cameriera che passa, le fate l’occhiolino, un paio di ammiccamenti, vi passate la lingua sulle labbra con fare da pervertito e sperate che lei ci stia. Se no che figura ci fate ad appartarvi da solo? Sarà che quando mi soffio il naso io sembro un elefante con gravi problemi di sfintere, tanto che alle medie la prof. di matematica mi chiedeva poco gentilmente di abbandonare l’aula ogni volta che tiravo fuori il fazzoletto, ma io non ho mica bisogno di scuse così frugali per appartarmi con una cameriera. Caro il mio bel Monsignor Della Casa sei stato un bel mandrillone...
In fin dei conti, però, io non sono contro il Galateo. Anch’io ho imparato a tenere in mano bene la forchetta, a non fare rumore con la bocca, che leccare il piatto del dolce al matrimonio di un tuo lontano parente non è proprio sinonimo di buon gusto... È solo che alcune regole mi sembrano talmente idiote che poi ci si fanno le spese nella vita di tutti i giorni. L’altro settimana vado all’IKEA, il galateo manco mi passava per il cervello. No, ma nemmeno per l’anticamera. Perfino il garage del cervello era vuoto, perché la mia bellissima Ferrari ideale l’avevo presa per andare all’IKEA. Ok: mi servono le posate. Servizio da 6. Cazzo io sono da solo, non c’è un servizio da uno? Uhm, pare che questi svedesi vadano a multipli di 3x2. Beh, scartando gli estremi, schifo il servizio che costa tre euro e tutti gli altri che costano più di otto. Predo quello bellissimo da 7.90. Arrivo a casa felice e lo provo. Mi sbuccio una mela. Ho impiegato mezz’ora a ridurre in poltiglia il malcapitato frutto e ne ho mangiato meno di metà. Perché? Per colpa del Galateo, cavolo! Il Galateo infatti prevede che i frutti si sbuccino nel piatto con forchetta e coltello. Ebbene esso prevede anche che il coltello si tenga nella mano destra e la forchetta in quella sinistra. Che cosa hanno fatto questi bastardi svedesi? Dei coltelli impossibili da impugnare con la sinistra, pena l’impossibilità di tagliare qualunque cosa con risultati decenti. Ergo una mela è impossibile da sbucciare, perché il coltello quando la sbucci lavora anche se nella mano destra come se fosse nella sinistra. Non ci credete, non avete capito un cippa? Ebbene andate all’IKEA, comprate un maledetto coltello e provate a sbucciarci una mela. Alla fine bestemmierete anche voi.
Certo, poi ci sono le cose che mandano in bestia anche me. Vi consiglio di provare a mangiare con un inglese, di tanto in tanto. Le dita nel piatto sembrano un must, io di solito uso il pane per aiutare il riso a salire sulla forchetta (il galateo vieta categoricamente l’uso del cucchiaio per questa pietanza), ma questi non si fanno problemi ed entrano nel piatto con indice medio ed anulare e, se non fai la faccia un po’ schifata, secondo me hanno la tentazione di usare anche le dita dei piedi. Sarà perché tengono le posate come se stessero impugnando alabarde per infilzare un cinghiale, magari pensano che si stia giocando ad uno dei loro famosi sport da plebei, come il polo o la caccia alla volpe, chissà. Ed il rumore che fanno masticando a bocca aperta? Fantastico, non riuscirei a mangiare senza... Certo, non generalizzo, ma vi farò sapere come andrà quando sarò a pranzo con quella vecchia sagoma della Queen Elizabeth The Second.
Eppure mi hanno dato del cafone. Non degli inglesi, sia chiaro, non ancora per lo meno. Flashback: eravamo in vacanza tra amici ed una sera decidiamo, con sommo mio gusto, di farci due spaghi.
Mi metto al lavoro: verso l'acqua in una pentola rigorosamente dal bordo dolosamente alto, aggiungo sale; quattro chiacchiere mentre facciamo il soffritto ed il sugo, l’acqua bolle ed io butto. Pasta al dente, dopo undici minuti precisi, mi appresto a versare gli spaghetti per tutti. Eccoli lì, dieci piatti fumanti ed il mio è il più grosso di tutti. Cucchiaio nella mano sinistra, forchetta nella destra, sto per mettermi in bocca il primo meritato e squisito boccone, quando una voce di qualche ottava sopra la mascolinità mi fa digrignare i denti: “Ma non lo sai che arrotolare gli spaghetti con il cucchiaio è da cafoni?” Sono rimasto interdetto.
Il boccone fumante ad un centimetro dalla mia lingua, la bava alla bocca, un crampo alla mandibola. Ho riappoggiato la forchetta nel piatto senza rovinare il mio meraviglioso rotolo di spaghetti ed ho contato fino a dieci, facendo dei bei respiri profondi. A prescindere dal fatto che non siamo in un circolo aristocratico, ma siamo qui tutti in canotta, pantaloni della tuta dopo una giornata sugli sci, non accetto critiche da chi è sotto barbiturici, benzodiazepine o antidepressivi in generale. Io volevo solo gustarmi i mie spaghi, non ho mica detto che sei una “figlia di cento padri” o tua madre fa la meretrice. Deciso a sorvolare sulla questione guardo amorevolmente la mia pietanza preferita, quando lei prende il coltello e riduce a semolino il ben di dio contenuto nel suo piatto. Perfino mia nonna, che i denti li ha persi nel ’73, sarebbe stata in grado di mangiare quel piatto di pasta. A quel punto non ci ho visto più, mi hanno dovuto tenere in quattro per non iniziare a lapidarla seduta stante.
Se c'è una cosa che secondo il mio parere meriti, appunto, la lapidazione sulla pubblica piazza alla stregua dell'appartenenza attiva ai circoli di FI è l'atto, deliberato e preterintenzionale, di spezzare gli spaghetti. Noi italiani abbiamo tanti difetti, è vero, ma anche tanti pregi. Uno di questi è l'avere inventato gli spaghetti. Eh? Come dite? Li hanno inventati i cinesi? Questa è pura blasfemia! Correte subito a dire un paio di Ave Maria e non meno di dodici Pater Gloria! Avete mai visto un cinese tentare di inventare qualcosa? Si mette lì, tutto concentrato davanti a Google, cercando l'invenzione giusta da contraffare. È così che hanno sempre fatto: prima hanno copiato gli occhi a mandorla dai loro nemici nipponici, poi con i nostri spaghetti un paio di cinquecento anni fa e con Berlusconi ai giorni nostri. Peccato che si siano tenuti la copia e ci abbiano lasciato l’originale. Ebbene, gli spaghetti sono buoni in tutte le salse, nel vero senso della parola: al sugo, alla carbonara, ai frutti di mare, al pesto, burro e olio, aglio, olio e peperoncino... Eppure, diventano immangiabili se ridotti a brandelli. Ci sarà un motivo per cui li fanno lunghi, oppure è una malsana perversione della lobby giudaica dei produttori di pasta? Altrimenti si sarebbero venduti gli spaghetti lunghi cinque centimetri e morta lì; li avremmo dovuti mangiare con il cucchiaio, ma a chi sarebbe mai importato? Invece no, io sono il cafone perché sono in grado di usare due posate per evitare di fare la figura del troglodita, invece tu sei fine, visto che se non avessi il coltello, probabilmente ti sporcheresti di sugo perfino la nuca nel tentativo di mangiare un piatto di pasta lunga...
A volte capisco perché anche le scimmie abbiano il pollice opponibile.
Tutto iniziò una calda mattina di primo Inverno in una città fredda come Berlino. Dopo una levataccia alle 6.30, per tentare di ridare le sembianze di un bagaglio a mano alla mia valigia talmente stipata di roba da avere raggiunto la densità di un buco nero, mi recai al lavoro allegro e felice nonostante il cielo grigio e la temperatura polare. Avevo raggiunto quello stato di autoconvinzione proprio del fatto che entro poche ore sarei stato in viaggio per l’Italia, con le mie mille prospettive: una vacanza sulla neve, il cenone di Natale, una mega riunione di famiglia a cui tenevo parecchio e qualche annosa faccenda da sbrigare, fanculizzare l’assicurazione, vendere la mia amata Golf e chiudere il contratto con la banca italiana. Con la mente piena di felici e funesti pensieri che in genere mi contraddistinguono, un mucchio di problemi sul lavoro che a quanto pare non ero in grado di risolvere, mi avviai dopo otto ore di ufficio in direzione del mio amico speciale: l’aeroporto di Shönefeld. Comodamente seduto sul bus, mi gustavo il panorama, nonostante alla guida vi fosse un autista probabilmente turco a giudicare dalla andatura sostenuta e le frenate talmente brusche da scaraventare gambe all’aria numerose anziane passeggere. Il programma era pronto da giorni: aereo alle 18.35, arrivo per le 21 a casa, 22 se ha ritardo, bella dormita e poi l’indomani un mucchio di faccende da sbrigare per passare le feste felice, senza pensieri e con in serata una bevuta/mangiata al Birrificio di Como degna di essere raccontata ai posteri. Era il 22 dicembre 2009 ed io ero ancora un fiducioso ed ingenuo cliente Easyjet. Come nei peggiori romanzi di fantascienza, quelli da cui sono tratti i B-Movie, per intenderci, il tutto inizia con quella situazione tranquilla in cui il protagonista non solo è convinto che tutto possa andare per il meglio, ma è anche in compagnia molto intima di una bella biondona con una ottava di reggiseno e stanno quasi per fare all’amore quando accade l’inevitabile: il volo Easyjet EZY4677 è pericolosamente in ritardo di due ore sulla tabella di marcia. Perché? Come “Perché?”; che caspita di domanda è. È come chiedere ad una donna perché ci mette 9 mesi a partorire un figlio, è come chiedere ad un cristiano perché dio è uno e trino, è come chiedere al demonio perché è malvagio. Easyjet ha bisogno dei suoi tempi tecnici, mettetevelo bene in testa. Nella testa del viaggiatore medio, appunto, dopo due ore di attesa cominciano a sorgere le inevitabili domande: ho lasciato aperto il gas? Ho dimenticato lo spazzolino da denti? Non è che mi stanno prendendo per il culo? Ma va, ma no. Ecco che magicamente arriva la chiamata la gate. Evvai, ci chiamano al gate. L’aereo è arrivato, è vicino al gate, ci identificano come non-terroristi-suicidi e ci imbarcano (oppure ci inaereano?) dopo essere transitati attraverso il gate. Gate 12, me lo ricordo ancora, come mi ricordo le mie ultime famose parole: “Poveri cristi quelli del volo per Roma, cancellato un minuto fa...”. Un tedesco dall’aria paffuta, in un inglese peggiore della media ci informa che il nostro FOTTUTO VOLO È STATO CANCELLATO. Perché? Nessuno lo ha mai saputo. L’unica certezza, in quei momenti di panico, tensione e incazzatura, è stata la risposta ai banchi del check-in che i luminosi addetti Easyjet, nelle loro tenute arancioni, usavano ripetere: trovate tutte le informazioni sul sito internet. Certo, siamo tutti i-phone dotati, fuori gocciolano smartphone come se piovesse, abbiamo tutti in aeroporto un portatile con connessione diretta all’arancionissimo sito Easyjet. È stato veramente un peccato che nessuno abbia perso la testa; quello che questi ridicoli inglesi in tenuta color caco sembrano non capire è cosa quattrocento italiani incazzati, presi per i fondelli, con una bramosia di panettone e pandoro da fare impallidire un diabetico sarebbero strati in grado di combinare. Avremmo potuto non solo mettere a ferro e fuoco all’aeroporto, demolire l’intera flottiglia Easyjet di Berlino e farla franca allegramente nonostante le immancabili violenze, stupri e uccisioni di carattere del tutto fortuito che in una situazione del genere non possono non mancare, ma prendendo in ostaggio una qualche bella assistente di volo avremmo preteso ed ottenuto la testa dell’amministratore delegato Easyjet (tale Andrew Harrison) infilzata su di una picca prima del sorgere del sole. Purtroppo, con estremo rammarico delle falangi più estremiste, la situazione si è risolta pacificamente. Per Easyjet. Con la prospettiva di partire, forse, dopo Natale, raccattati altri 4 compagni di viaggio ed avere insultato in malo modo qualunque cosa fosse colorato di arancio nei dintorni dell’aeroporto (con buona pace di una signora russa ed il suo cane Pepe) eccoci all’alba delle 10 post meridiane diretti verso la stazione centrale, o meglio detta Hauptbahnhof. Un signore dall’aria distinta dietro il banco della prima classe, si rivela molto accondiscendente e disponibile a prenotarci un viaggio dalla modica cifra di 177 euro per me, a Lugano, 195 per chi si ferma a Milano e 270 per chi ha avuto la sfortuna di nascere a Roma. Meno male che hanno inventato le carte di credito, così almeno la sensazione di avere il portafoglio più leggero ce la siamo evitata. Eppure nessuno ci (mi) aveva fatto notare che il famigerato costosissimo treno luccicante targato in rosso e bianco Deutsche Bahn sarebbe partito alle 6.30 del mattino di quello che, senza ombra di dubbio, si prospettava essere il 23 Dicembre. E allora che fare? Andare a casa e nel giro di 3 ore risvegliarsi e ritornare in stazione? Dato il postulato che la fortuna è cieca ma la sfiga ci vede benissimo, essendo ben sprovvisti della prima e con la seconda che lucidava il binocolo, decisi di passare una notte di veglia in stazione. Fu lì che iniziai ad accrescere i 5 kg che al mio rientro a Gennaio avrei spiacevolmente scoperto adagiati sui miei addominali da tavola. L’unico posto aperto tutta la notte, in quella che si spaccia per la stazione centrale della città più centrale d’Europa, Cristo santo, è il McDonald. Dovete provare l’esperienza per capire cosa si prova ad essere costretti a passarvi dentro una notte, senza essere presi dalla voglia di mangiarsi cinque Krispy McBacon, iniettarsi in vena due litri di Fanta e nel contempo resistere all’impulso di fare a pezzi Ronald McDonald e banchettare con i suoi resti.Parecchi panini tura-arterie, bibite gassate e caffè diluiti dopo eccoci giunti all’ora di partire. L’orologio della stazione ci saluta con il suo bel 6 e qualche minuto e la stazione con un Willkommen in Berlin del tutto poco opportuno, che maleducata.
“Tutti in vettura!” Esclama quella che sembra una guardia giurata in tenuta carnevalesca nel peggior tedesco a ovest dello Sprea. Sarà il berretto rosso, o la faccia da gnomo da giardino, oppure il fatto che agita pericolosamente avanti ed indietro la macchinetta per la carta di credito, ma ci diamo una mossa, mica che questo ci spela altri soldi. Una volta dentro ci arrabattiamo a trovare un posto a sedere su di un treno supertecnologico dove tutto trasuda cotanto sperpero di denaro pubblico che perfino le scritte in braille sono a caratteri luminosi; come se un cieco avesse bisogno di vederli. Ma si sa che i tedeschi sono sempre in buona fede, per cui quei due falsi invalidi dall’accento siculo, dopo essersi scostati gli occhiali neri, ringraziano amichevolmente. Tempo zero ed il coma ci assale... Percorremmo lande desolatamente ghiacciate diretti verso Francoforte e poi verso il sud della Germania, in direzione di Sua Neutralità, la Svizzera. Altresì detta il paese del cioccolato, delle mucche viola (anch’esse fatte di cioccolato), delle banche e della precisione maniacale, la Svizzera non solo si rivelò incredibilmente vuota di mucche violacee, piena di svizzeri affatto neutrali ed attaccati ai loro piccoli tesori bancari, ma anche di dubbia puntualità. Il treno giunse in un punto imprecisato della Svizzera centrale con ben quattro minuti di ritardo: non c’era svizzero che non inveisse contro i tedeschi anche se bisogna riconoscere che non c’era tedesco che non inveisse contro gli svizzeri. Ed in mezzo: io. Sarebbe curioso sapere il perché di tutto questo scaldarsi, d’altra parte mi pare che per un viaggio di 800 km abbondanti quattro minuti siano del tutto trascurabili, a parte le coincidenze. Sarà che sono italiano, ma vedere gente che si insultava in tedesco era molto divertente. Certo, forse non comprendevo e in verità stavano beatamente sbraitando tra loro riguardo al tempo, l’arteriosclerosi e l’increscioso aumento del prezzo dei fagiolini in scatola, ma ad un italiano non può sembrare possibile che la gente si maledica in quel modo per una manciata di minuti, si vede che non hanno mai viaggiato con le Ferrovie Nord. D’altra parte, noi, il quarto d’ora accademico di ritardo/anticipo ce l’abbiamo scritto nel DNA, proprio tra la voce “odia i francesi” e “ama il calcio alla follia” per chi volesse controllare. Sarà che io non odio i francesi (quelli che non mi sputano addosso), mi fa schifo il calcio e amo la puntualità, ma non posso forse chiamarmi italiano? Ci vollero altri due cambi di treno, altri due squallidissimamente lindi regionali svizzeri per raggiungere la agognata meta luganese, dove i miei genitori mi stavano aspettando per ricondurmi in all’amata patria. Dopo 38 ore di veglia, baciavo la Varesina Terra Natia.
*Zzzz*
*POP*
*Yaaaaaahwn...*
*BURP*
Ehm? Si? Dove eravamo rimasti? Ah si: Berlino, aeroporto, stazione, treno, Easyjet fa schifo, Svizzera, Lugano, Varese, Easyjet fa davvero schifo, vacanze di Natale. Tutto chiaro od ho dimenticato qualcosa? Che idiota: Easyjet fa schifo senza ombra di dubbio. Le vacanze passate in Italia sono state piacevoli, nonostante i famosi cinque chili che hanno reso la mia tartaruga addominale, che era già prima girata dalla parte sbagliata, sempre più simile ad un cocomero. Riassumiamo? In quindici giorni ho fatto tutto quello che dovevo fare; parenti, mica parenti, cene e pranzi, tanti bidet per togliermi la voglia, ho chiuso con la banca e l’assicurazione, ho sparso la voce che la mia golf era in vendita, ho imparato a sciare, ho rischiato la vita un paio di volte, ho mangiato due volte la fagiolata. Ed ecco, già l’ora è giunta di salutare la mia amata città natale, con il suo lago inquinato, leghisti da tutte le parti, quell’odore di sterco che la contraddistingue così bene, il Sacro Monte sempre pronto ad accoglierti per un sano pellegrinaggio ed una bella pregata pronti via... Eccomi all’aeroporto in quel del 10 Gennaio 2010 che non dimenticherò mai: cielo terso, nemmeno una nuvola, piacevolissimi 10 gradi. Attendo.
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“Signor Carraro il suo volo è stato cancellato.” Sono diventato idrofobo.
Ma si può essere più sfigati di me? Beh in effetti si. Ho conosciuto un po’ di gente al gate, a quanto pare alcuni, la cui massima aspirazione era quella di farsi un paio di mesi di carcere in Germania, non solo si ritrovavano senza volo in quel di Milano, ma avevano subito molteplici cancellazioni anche in Dicembre. Eh vabbè, mi consolo, c’è chi sta peggio di me. Ci spostano il volo di un giorno intero (non vi dico il capo che è felice come una Pasqua a Natale) ed io, tornato ospite dai miei, mi metto a googolare. E cosa scopro? Le motivazioni ufficiali di Easyjet per alcuni dei voli cancellati nell’arco delle feste e per i quali, ovviamente, non sono previsti rimborsi: EZY4677 il mio, del 22 dicembre: mancanza di assorbenti in cabina EZY4324 Berlino-Budapest: la crew iraniana chiede asilo politico EZY3122 Atene- Bruxelles: epidemia di peste polmonare in aeroporto EZY3122 Praga-Roma: la crew Easyjet si è attardata in una casa di piacere EZY5518 Napoli-Venezia: una hostess si è spezzata un’unghia EZY1689 Milano-Parigi: uno steward si è spezzato un unghia EZY1689 Madrid-Atene: dopo una partita a nascondino tra i membri della crew, il pilota non si fa trovare sostenendo che il decollo era solo un espediente per non farlo vincere EZY8813 Londra-Parigi: la causa sembra essere il battito di ali di una farfalla nel Laos EZY3321 Liverpool-Praga: lo steward ghei si è innamorato EZY5563 Londra-Lisbona: a seguito di un controllo, il pilota è stato trovato sprovvisto di patente nautica
EZY1689 Copenhagen-Monaco: I passeggeri bloccano il decollo del velivolo esprimendo dubbi sulla sua effettiva portanza alare essendo privo di ali. EZY4325 Budapest-Berlino: la crew entra a far parte del Budapest-Drinking-Team EZY2121 Londra-Milano: il solito steward ghei ha perso la verginità anale EZY1789 Barcellona-Parigi: il pilota dichiara alla stampa “Ero io il secondo attentatore a Dallas nel ‘63” EZY1777 Napoli-Salerno: il Vesuvio pare sia eruttato sul più bello EZY2285 Glasgow-Basel: il secondo pilota è in crisi mistica ed idolatra un Dio minore EZY2672 Milano-Liverpool: l’aereo a quanto pare si è nascosto bene, tanto da non farsi trovare EZY5560 Atene-Roma: ad una hostess è morto il gatto EZY5563 Parigi-Venezia: vertenza sindacale per eliminare dal catalogo Easyjet il profumo di Victoria Beckham EZY8879 Madrid-Atene: controllori di volo in panico pre-esame EZY8234 Orio al Serio-Budapest: il Boeing 339 Easyjet pare abbia livrea Ryanair EZY3602 Milano Malpensa-Milano Linate: la crew è stata assunta in cielo con anima e corpo EZY2205 Trapani-Canosa di Puglia: l’aereo non decolla a causa di una partita a ramino sfociata in rissa
EZY1009 Nizza-Budapest: pare si stesse festeggiando a bordo il carnevale ecuadoregno EZY2689 Roma-Monaco: Silvio ha detto no. EZY3469 Liverpool-Liverpool: il pilota (maschio) soffre di depressione post-partum EZY1946 Praga-Praga: dopo il coro “se facciamo l’incidente, muore solo il conducente” intonato dai membri (sbronzi) dell’equipaggio, il pilota entra in sciopero EZY4893 Genova-Budapest: una hostess è in preda ad orgasmi multipli EZY4466 Atene-Budapest: lo steward ghei è stato piantato EZY6834 Roma-Glasgow: un passeggero ha un impellente bisogno di un esorcismo EZY2089 Basel-Palma de Majorca: Easyjet esprime solidarietà nei confronti di Mel Gibson EZY1000 Zurigo-Parigi: l’amministratore delegato di Easyjet, preso da manie di onnipotenza, dichiara guerra alla Svizzera EZY3912 Copenhagen-Nizza: Si vocifera che il giorno del giudizio sia finalmente giunto
EZY2676 Berlino-Venezia: perse le chiavi dell’aviogetto EZY1666 Oslo-Barcellona: la consueta sfida a calcetto tra le rappresentative di piloti ed assistenti di volo si conclude solo dopo i tempi supplementari lasciando sul terreno 4 feriti e due cartellini rossi EZY2121 Stoccolma-Zurigo: un passeggero disimpara ad andare in biciletta EZY9865 Napoli-Oslo: Il pilota soffre di vertigini EZY1473 Malta-Milano: il pilota si crede Gesù Cristo, venuto per la seconda volta a fare proselitismo. Nemmeno gli schiaffi dell’assistente di volo dall’aria omosessuale riescono a scuoterlo dal suo delirio mistico EZY4324 Hogwarts-Oslo: finale di Quidditch, Serpeverde (sponsorizzata da Easyjet) contro Grifondoro EZY4324 Milano-Roma: hostess incinta EZY4325 Milano-Roma: uno steward e lo steward ghei si azzuffano per decidere chi è il padre EZY4326 Milano-Roma: pare abbia vinto lo steward ghei EZY1689 Stoccolma-Malta: gli addetti ai bagagli soffrono della sindrome di Stoccolma EZY4677 Milano-Berlino: una hostess osa bestemmiare, ma essendo nel bel mezzo di una gara di rutti, contravviene agli obblighi contrattuali e viene licenziata in tronco.
Certo, non si può non dire che loro non ti avvertano, prima di partire.
Alla fine ci arrivai a Berlino, aggiungendo 2 ore di ritardo e 30 euro di taxi per raggiungere la mia dimora. Non contento delle mie disavventure, mi appresto a prenotare l’andata e ritorno per Pasqua con la compagnia più arancione in circolazione nei cieli di Europa, come molti dei miei compagni di sventura hanno già fatto. Chi vivrà vedrà. È il 28 Gennaio 2010 ed io sono ancora un forse ex cliente Easyjet, in attesa di rimborso.
“Se qualcosa può andar male, lo farà.” Edward A. Murphy Jr.
Qualcuno si ricorderà il mio post su che cosa combino al lavoro, ormai datato più di un mese fa. Ebbene, dopo due settimane di depressione, frustrazione, pianti, urla ed un pizzico di autocommiserazione, ho risolto i problemi che mi attanagliavano l’anima. Come sono certo sapevate benissimo sin dall’inizio tutti quanti, i problemi erano qui, qui , qui e qui.
Bastardi, voi lo sapevate e non mi avete detto niente. Per colpa vostra ho passato notti insonni, fatto incubi anche ad occhi aperti, ho perso il treno tre volte, sfidato e vinto la morte. Mi è anche morto il gatto. Oggi il mio capo era talmente felice dei miei risultati e di avere realizzato che tre mesi del mio stipendio non erano stati buttati nel cesso, che dopo avere dato una breve occhiata allo schermo, non mi ha detto nemmeno “bravo”. Ma io l’ho notato il luccichio nei suoi occhi; significava “Rispetto”, con la “R” maiuscola, “apprezzamento” e “bramosia di denaro”. O forse era solo il riflesso condizionato al panino alla senape che stava fagocitando?
P.S. Ho intanto tragicamente scoperto che grazie alla coalizione Cristiano-Liberale Tedesca (CDU-FDP, occhio all'acronimo, eh) mi è aumentato lo stipendio di 77 euro netti al mese. Grazie a questi capitalisti borghesi una famiglia di operai tirerà la cinghia per permettere a me di comprare una bella reflex nel giro di un annetto :V Grazie, Tedeschia!
Se elimini l'impossibile quello che rimane, per quanto improbabile, è la verità.
Ho deciso di raccontarvi una storia. Come tutte le storie che si rispettino inizia con un bel “C’era una volta...”
C’era una volta un Bambino Grasso ed ingenuo, ma talmente ingenuo da non sapere ancora di essere né grasso né tantomeno ingenuo, infatti oltre ad essere di una magrezza quasi impressionante, si destreggiava spigliatamente tra le sue coetanee, facendo stragi di cuori e mattanze di occhi da cerbiatto. Essendo un bambino, e non avendo ancora avuto le turbe psichiche dell’adolescenza, degli ormoni, delle ragazze e tutto il resto, non lo si poteva affatto considerare affetto da un qualche disturbo dell’alimentazione: mangiava abbondantemente, beveva quanto bastava, faceva la cacca regolarmente, ma non riusciva a fare accrescere quello strato adiposo che alcuni suoi coetanei cullavano così dolcemente. Non che a lui importasse gran ché, ma il ciccione nascosto dentro di lui scalpitava e impazziva dal dolore, sbraitava e imprecava (acciderboline e ciribiricolccole) bramando un giorno di riuscire a conquistare la libertà di quel corpo pelle ed ossa. Erano gli anni ottanta, la seconda metà, quando il mondo era ancora diviso tra buoni e cattivi e nonostante non si sapesse con chiarezza distinguere quali fossero (i buoni ed i cattivi intendo), gli schermi televisivi più convessi che mai mandavano in onda sogni in forma di cartoni animati giapponesi, la Commodore spopolava con il suo 64 e con un Amiga che ai ventiseienni di oggi ha insegnato l’assuefazione per l’informatica e l’amore per la tecnologia. Le giornate scorrevano lunghe e senza fine, le settimane duravano mesi per poi tramutarsi in battiti di ciglia quando ci si fermava a riosservarle. D’Autunno si sognava con ansia un Natale finalmente nevoso e per tutto il resto dell’anno quelle quattro settimane di oratorio estivo erano l’unica meta agognata, dove il tempo per la noia era così risicato che con quella banconota con il volto di Galileo datati da tua madre la mattina, si poteva comprare un gelato e venti caramelle o spenderla tutta in cicche, per trovare le figurine mancanti di Poggi e Volpi che nessuno aveva mai nemmeno visto lontanamente con il binocolo.
Intanto il ciccione che è in ogni individuo, si anche in voi, si dimenava: “Perché mangi tutte quelle caramelle e merendine e non mi concedi la libertà?” ma il Bambino Grasso Che Non Sapeva Ancora Di Esserlo non lo ascoltava, anzi non lo sentiva nemmeno, talmente si crogiolava nel suo autocompiacimento dell’essere smilzo. Passò qualche anno che il Bambino Non Ancora Grasso trascorse tra alti e bassi, lunghi e stretti, spessi e sottili, senza mai ascoltare il ciccione che era in lui, non dandogli la minima chance, la minima aspettativa, la minima briciola di pasticcino.
Fu così che una sera, dopo l’ennesima iniezione di penicillina in una partita contro gli Orecchioni vinta in extremis per 2 a 1 con un calcio piazzato allo scadere, il ciccione prese il controllo: la guardia era abbassata, il Bambino Magro era spossato per la malattia o semplicemente pensava per un momento a quanto era bella la vita da non-grasso facendo progetti per tentare di conquistare il mondo. Il Ciccione, con un’abile e scattante manovra indegna dei suoi quasi 100 chili, relegò il Bambino Magro nel suo più profondo subconscio, incominciando a ingurgitare tonnellate di merendine del Mulino Bianco, quintali di Nutella, chili e chili di pattume, perdendo interesse per le bambine, lo sport e quasi tutte le relazioni interpersonali. Il dominio incontrastato di questo despota adiposo ebbe in questo modo inizio. Vorrei poter dire che il Bambino Magro fosse in qualche modo consapevole del suo stato di “non essere più”, ma la prigionia, insieme ai troppi zuccheri fagocitati, mandano il cervello in pappe, il pancreas al creatore e nemmeno la consapevolezza di avere le tettine poteva smuoverlo dal suo torpore. Ai primi giorni seguirono i primi mesi come ai grammi seguirono i chili di sovrappeso; con il passare degli anni i colori della vita sbiadirono intorno a lui: tutte le sfumature del rosso e del giallo persero calore, il blu e l’indaco si tramutarono presto in cineree alterazioni di quello che erano stati un tempo; quando anche il verde e l’arancione persero il loro significato di esistere, al Bambino Grasso non rimasero altro che il bianco ed il nero. Ormai il numero dei menti somigliava sempre più alle pieghe di una fisarmonica; l’addome, ormai simile a quello dell’omino Michelin, cascava sopra dei pantaloni larghi abbastanza per farci entrare il proprio padre; la schiena si incurvava e le ginocchia faticavano a reggere cotanto peso adattandosi in pieghe malsane. A sua discolpa, Sua Grossezza il Lord dei Prosciutti non era del tutto stupido, anzi era ai livelli di intelligenza del suo prigioniero sottopeso; era curioso, imparava alla svelta e faceva galoppare la fantasia ad una velocità impressionante. Forse è per questo motivo che il suo dominio incontrastato durò così a lungo, è risaputo infatti che nessun sovrano mantiene il potere senza una buona dose di arguzia, intelligenza, sprezzo del pericolo e una scorta semi infinita di Tegolini del Mulino Bianco. Il suo impero infatti passò indenne attraverso i moti rivoluzionari della Pubertà, i sussulti della prima Adolescenza, tenendosi ben lontano dalle delusioni amorose, dalle ragazze ed a volte anche dagli amici con l’unico fine di preservare il potere.
Gli anni delle elementari volarono bassi tra frutta candita, cioccolate con panna ed il termine della Prima Repubblica; quelli delle medie si librarono senza apici di sorta a parte le elezioni del ’96 di cui si pagano i gli errori ancora oggi, ed in un ITIS sperduta tra Comasco e Varesotto, il periodo delle superiori volava pindaricamente tra una nuova Europa e la Genova del G8.
Una sera però, il vento cambiò. Ed esso non portava più con se né le fragranze della giovinezza, né i sapori del cibo ipercalorico, ma solo una nuova brezza di consapevolezza recondita e nascosta e repressa che raggiunse le oscure segrete in cui il povero Bambino Magro era rimasto rinchiuso per più di dieci anni. Il vento porta sempre con se un consiglio, per chi lo sta ad ascoltare, che sia un “mettiti il cappello che fa un freddo gatto” o “metti in piedi una Rivoluzione d’Ottobre”, poco importa. Sta di fatto che durante quella notte, il nostro eroe fuggì dalle segrete in cui per più di un decennio era rimasto rinchiuso. È una storia emozionante, ricca di colpi di scena, un paio di flashback, il maggiordomo immancabilmente colpevole ed un finale a sorpresa che coinvolge un prete, un viados ed il Governo Cantonale Svizzero, ma non è questo né il luogo, né il tempo per raccontarla. Era ormai mattina quando, sfruttando le eccessive attenzioni di una guardia obesa per il proprio rumoroso deretano, quell’individuo che era stato il Bambino Magro si intrufolò nella sala del trono. Nascosto dietro i sontuosi tendaggi, passando accanto ad arazzi variopinti e quadri di vecchi canuti, poteva intravedere il monarca curvo sotto il peso dei suoi chili e spossato dal troppo cibo fagocitato. Gli occhi erano ancora vispi e sognanti, ma lo sguardo non sembrava felice né famelico, solo stanco, e quando incrociò quello del Magro Che Era Stato Un Bambino, con un sorriso sulle labbra Messer Porcello si dissolse in una grassissima bolla di sapone, lasciando dietro di se null’altro che un olezzo di strutto. Ed il Ragazzo Magro capì. Capì che il Grassone era sempre stato dentro di lui, che non erano nient’altro che la doppia faccia della stessa medaglia,la stessa metà di pandoro, i due culi dello stesso salame e che nessuno dei due poteva vivere senza l’altro in una eterna alternanza, in un eterno braccio di ferro tra bene e male, tra libertà dalle calorie e schiavitù dei dolci, tra obesità ed anoressia. Ancora oggi l’Uomo Magro vive felice della sua magrezza, senza mai dimenticare quello che fu venticinque chili or sono, senza perdonare il bambino Grasso per avere, in un giorno così lontano, preso il controllo della sua vita. Senza perdonarlo per avergli fatto rimpiangere gli anni sprecati o rimordere le occasioni perdute, colui che fu il Bambino Magro ogni tanto, oggi, permette al grassone che è in lui di spassarsela per qualche minuto con un po’ di cioccolata o una scorpacciata di pane e formaggio, ed è ancora alla ricerca di una Donna che magari possa condividere con lui i ricordi di una infanzia trascorsa da Bambina Grassa.
“Was machst du von Beruf?” È una delle prime cose che ho imparato in Germanico, insieme a “Wie geht‘s?” e “Deine Titten machen mich wahnsinnig!”. Ebbene: cosa faccio di lavoro qui in Tedeschia? Beh se riuscite a spiegarlo a mia madre siete molto bravi, io non ce l’ho fatta. Non perché lei non sappia cosa sia un fotone o cosa sia un FPGA, ha studiato da infermiera mica da scienziata, ma credo che anche mio padre, che viene da una istruzione tecnica, abbia qualche difficoltà a spiegare ai suoi amici perché suo figlio, alla tenera età di 25 anni, abbia mollato casa, famiglia, lavoro, la fila di donne che lo aspettavano davanti al portone (sebbene la mia casa il portone nemmeno l’avesse) per andare in terra straniera a cercare fortuna. Beh partiamo dalla mia ditta, ovvero dove lavoro. La ditta non è mia, ovviamente, altrimenti sarei a godermi i miei decamila euro al mese con una birra e mille lire in mano; di sicuro non a scrivere sul blog. Ecco io lavoro qui, non badate al grigio del cielo di Berlino, qui è settato come “default color”.
Ho la mia scrivania, il mio computer, un sacco di scartoffie, un bel po’ di disordine e l’accesso ad internet che in GA me lo sognavo la notte. Abbiamo la macchinetta del caffè espresso con riserva illimitata pagata dalla ditta, ma lo zucchero te lo devi portare da casa. Come, “perché?” Qui si pensa alla salute: caffeina si, diabete no. Per dirla tutta è un po’ un eufemismo la parola “espresso”, ma il suo porco lavoro l’apparecchio lo fa in maniera impeccabile, anche perché il mio collega polacco lo culla come fosse la sua nipotina. Fortunatamente il nostro caffè non è paragonabile al catrame liquido che ti servono le macchinette automatiche stile Polimi.
La giornata lavorativa inizia puntualissima: tra le 8 e le 11.30 più o meno tutti sono in ufficio e più o meno tutti fanno le proprie otto ore al giorno. Per quanto mi riguarda arrivo alle 9.05 e me ne vado alle 17.15, otto ore per il lavoro, 10 minuti di pausa pranzo. Si lavora per vivere non il contrario. Prima cosa da fare, subito dopo avere acceso il computer, è controllare le innumerevoli e-mail che mi giungono sulla casella di posta elettronica del lavoro. Una od due alla settimana, di solito. Al contrario di quello che fa qualunque altro lavoratore italiano con a disposizione una connessione internet, mi sono imposto di non usare Facebook al lavoro, è una questione di correttezza, per cui non mi si venga a dire che cazzeggio al posto di fare il mio dovere. Ma in cosa consiste esattamente il mio dovere? Detta in parole semplici la mia figura professionale è quella di uno sviluppatore firmware (VHDL based) su piattaforme FPGA della famiglia Xilinx per applicazioni di management ed elaborazione di campioni provenienti da sistemi di misure fotoniche... Capito un cazzo, eh? Vediamo se ce la faccio a farvi un esempio. Un mesetto fa il capo mi dice che quello che prima si faceva fare al software, mo me lo devo smazzare io in hardware. Proviamoci, dico io. Dopo una settimana di schizzi, scarabocchi, bestemmie (in italiano), ore ed ore a pensare, ad interpretare ed evidenziare, ho partorito questo:
Come potete leggere chiaramente, il tutto funzionava benissimo. Peccato non facesse il lavoro per il quale era stato progettato. Allora ho tirato fuori questo dopo circa un’altra settimana e mezza:
Ovviamente, dopo avere eseguito una bel po’ di test, sulla carta il tutto funziona da Dio, come il seguente grafico può dimostrare:
Peccato che, ad oggi, dopo un mese di lavoro, una volta provato sull’apparato, non funzioni una cippa e mandi in crash il computer sul quale lo sto testando. Il capo oggi, molto amichevolmente, mi ha dato due settimane per sistemarlo. Ma settimana prossima è l’ultima prima del mio rientro in Italia per le feste, quindi speriamo di cavare qualche ragno dal buco. Ad ogni modo, questa è la dimostrazione che i duri anni di studio all’università sono serviti a qualcosa, che ho imparato, che sono un bravo ingegnere conscio delle proprie potenzialità e che sa esprimersi al meglio. Avete visto come sono stato bene dentro negli spazi quando coloravo? Non sono però completamente soddisfatto dell’accostamento cromatico, mi mancava il blu ed ho dovuto usare la penna. Per Natale mi regalerò una scatola di pastelli a cera.
Il duro lavoro, in Germania, porta anche dolci soddisfazioni. Come questa:
O un san Nicola di cioccolato Lindth con tanto di “Frohes Fest!” scritto sopra. Per chi se lo stesse chiedendo: si, la nostra segretaria ci vizia...
Poi, ogni tanto il capo se ne esce con gli orsi...
...oppure con tredicesima e quattordicesima come quest’anno... io preferisco gli orsetti a due mensilità in più all’anno, eh, ma non ha senso stare a discutere. :D
In questi mesi, inoltre, ho anche avuto a che fare con dei pinguini. Purtroppo, o per fortuna, non mi riferisco né a quelli in abito talare e nemmeno ai poveri prigionieri dello zoo di Berlino. Un bel dì arriva un pacco per il mio collega russo con una bella etichetta di questo tipo:
Essendo la scatola delle dimensioni di, boh, un cubo 10x10x10cm, l’idea che possa contenere dei pinguini era alquanto improbabile. Beh, che stupido,certo è pure scritto sull’etichetta che non ci sono pinguini all’interno. Però magari è un divieto: divieto ai pinguini di portare il frack, c’è anche il papillon! No, non credo. Vietato appoggiare pinguini sulla scatola! Geniale, magari ci appoggio un cane, un gatto, un tenero koala, ma non un cazzo di pinguino! No way. Ci sono! La scatola contiene pericolosi oggetti satanici, non adatta a suore sotto la maggiore età (65 anni). No non ci siamo: non dare la scatola ai pinguini, potrebbero conquistare il mondo o, chessò, la libertà. Beh potrebbe andare se i pinguini assomigliano a questi qui di lato. Alla fine ho dovuto chiedere qualcuno molto più esperto di me (Google) per capire che il segnale in questione indica che non si deve congelare il l'imballaggio. Mi sarei aspettato un bel fiocco di neve sbarrato, un frigorifero chiuso con il lucchetto, un ghiacciolo al limone su sfondo rosso, ma non un pinguino in frack.
Qualcuno potrebbe ora chiedersi: ma insomma in questi cazzo di sei mesi si può sapere che cosa hai fatto al lavoro? O dobbiamo credere che hai bevuto caffè, sconfitto pinguini, mangiato biscotti, cioccolata e trucidato l’intera popolazione mondiale di orsetti gommosi mentre disegnavi con i pastelli a cera scrivendo (con una calligrafia illeggibile) parole in un inglese maccaronico su un foglio di carta a cui sarebbe di certo piaciuto rimanere un albero pur di non trovarsi costretto ad un utilizzo così infame?
Allora significa che ho fallito, sono un pessimo scrittore, non sono riuscito a spiegarmi, non sono riuscito a trasmettervi chiaramente il risultato del mio così duro ed arduo lavoro. Potrei chiedere al capo, per una ulteriore conferma, per capire come essere più chiaro, ma rischierei di confondervi ancora di più visto che settimana scorsa ho cambiato i neon in tutti gli uffici, perché ero l’unico alto abbastanza.
Post Scriptum: per chi volesse saperne di più sugli orsetti gommosi consiglio questo post.
... e sémm partii, cum i tócch de védar de un büceer a tócch, una vita nœva quänd finiss el maar mentre qéla vœgia la te pica i scpáll ...
Ed eccomi a riproporre la mia nota di approfondimento sulla politica italiana. Non interessa a nessuno? Esatto, è per questo che, come dice il titolo, la mio opinione vale solo un paio di penny (“My two cents” in USA o “un soldo bucato” in Italia). Il 7 Ottobre 2009 i Giudici della Consulta si sono espressi sulla costituzionalità del così detto “Lodo Alfano”, creando con la loro decisione scompiglio, brivido, terrore e raccapriccio.
Per chi non lo avesse capito, o forse dolosamente non glielo avessero ancora spiegato, il suddetto Lodo imponeva con una legge ordinaria, e non di carattere costituzionale, una norma che di fatto avrebbe modificato all’articolo 68 della nostra Costituzione. L’articolo incriminato è quello che riguarda l’immunità parlamentare. L'articolo 68 vigente è in vigore dal 14 novembre 1993, essendo stato modificato con la legge costituzionale n. 3 del 29 ottobre 1993. Prima della revisione costituzionale, per sottoporre un parlamentare a procedimento penale era necessaria l'autorizzazione a procedere della Camera di appartenenza. Se la Camera negava l'autorizzazione, il parlamentare non era processabile fino alla fine dell'incarico. A seguito del polverone Tangentopolesco (Fa molto Paperopoli o Topolinia questo termine, vero? Rende però l’idea di come sia andato a finire il tutto, nel corso degli anni) durante i primi anni ’90 l’articolo 68 fu modificato come segue, imponendo che «senza autorizzazione della Camera alla quale appartiene, nessun membro del Parlamento può essere sottoposto a perquisizione personale o domiciliare, né può essere arrestato o altrimenti privato della libertà personale, o mantenuto in detenzione, salvo che in esecuzione di una sentenza irrevocabile di condanna, ovvero se sia colto nell'atto di commettere un delitto per il quale è previsto l'arresto obbligatorio in flagranza». «Analoga autorizzazione è richiesta per sottoporre i membri del Parlamento ad intercettazioni, in qualsiasi forma, di conversazioni o comunicazioni e a sequestro di corrispondenza». Tutto chiaro?
Il signor Alfano e la sua allegra combriccola di bricconcelli parlamentari di maggioranza hanno pensato bene di reintrodurre l’immunità parlamentare per le quattro più alte cariche dello stato: Presidente del Consiglio dei Ministri (Silvio), Capo dello Stato (Napolitano), Presidente della Camera dei Deputati (Fini) e del Senato della Repubblica (Schifani). Strana coincidenza, l’unico ad avere processi pendenti penali è il leader di maggioranza Silvio Berlusconi. Ai banchi della difesa, davanti alla Corte Costituzionale, supremo organo di autogoverno della Magistratura italiana, gli avvocati - e parlamentari - Niccolò Ghedini e Gaetano Pecorella, insieme a Piero Longo, improntano il centro della strategia difensiva del Lodo Alfano: "La legge è uguale per tutti, ma non necessariamente lo è la sua applicazione, come del resto la Corte ha già ribadito" è la motivazione con cui l'avvocato Ghedini ha aperto la sua arringa. L'avvocato ha citato come esempio "le norme sui reati ministeriali, dove la legge ordinaria distingue il comune cittadino dal ministro". "Non è possibile rivestire la duplice veste di alta carica dello Stato e di imputato per esercitare appieno il proprio diritto di difesa e senza il sacrificio di una delle due".
Quindi si afferma che essendo le sanzioni inasprite nel caso un ministro commetta un reato direttamente legato alla sua carica, esiste una disparità nella applicazione della legge. Per cui per un Premier che abbia commesso un reato, nel caso venga processato, la disparità nell’applicazione della legge rende il processo stesso incompatibile con la carica di Presidente del Consiglio, ed è quindi il processo a dovere essere cancellato, non il Presidente a doversi dimettere. Per chi ha letto Orwell, questa è una purissima applicazione del bipensiero; non si discute di una possibile litote dove per esprimere e rafforzare un concetto si nega il suo contrario, ma di un sagace abilità di distorcere la realtà secondo il proprio volere, solo mediante l’utilizzo del verbo. Insiste Pecorella: "Con le modifiche apportate alla legge elettorale (voluta da questa maggioranza, n.d.r.) non può essere considerato uguale agli altri parlamentari (il Premier, n.d.r.). Non è un primus inter pares, ma un primus super pares". Per citare nuovamente Orwell, come ha fatto il britannico “Times” su questa vicenda, questa sembra una frase scippata a “La fattoria degli animali”, libro che non è null’altro se non una spietata metafora del totalitarismo, in cui in una società che predica la totale eguaglianza tra gli animali, si afferma che qualcuno di loro è in realtà “più uguale” di tutti gli altri.
Ho ascoltato un commento a caldo in diretta di una parlamentare del PdL che, difendendo a spada tratta Berlusconi, creava un curioso parallelismo tra quello che fecero i Padri Costituenti introducendo nella costituzione l’articolo 68 e la sentenza di annullamento del Lodo Alfano. Alla domanda “Vogliamo pensare che i Padri Costituenti fossero in torto?” la parlamentare lascia in un “non detto” una sorta di sineddoche in cui ammettendo che l’ex articolo 68 fosse errato, di conseguenza lo sia anche l’intera carta costituzionale. Benché ricordi il suo accento sardo, purtroppo non ricordo il nome della suddetta onorevole. Peccato abbia dimostrato la sua ignoranza. Nel 1946 i tempi erano diversi, e non è revisionismo storico. Dopo il totalitarismo fascista la neonata Repubblica aveva necessità di stabilità, a partire dalla sua cattolicissima classe dirigente. A quel tempo l’immunità era necessaria, purtroppo ci sono voluti cinquant’anni e tangentopoli per permettere la sua revisione. E per fortuna. Perché alla fine degli anni ’40 nessuno dei Padri Costituenti poteva vere la lungimiranza, senza passare per un fantascientifico miscredente, di anche solo intuire che i media, con l’avvicinarsi degli anni 2000 diventassero il nuovo oppio dei popoli. Secondo Montesquieu (circa 1750) in un normale stato di diritto il potere supremo è ripartito sotto tre aspetti: il potere esecutivo, nelle mani del Governo, il potere legislativo nelle mani del Parlamento, il potere giudiziario che risiede nelle mani della Magistratura. Come forse tutti non sanno, nel XVIII secolo non esisteva altro mezzo di informazione che la carta stampata, peccato che fossero solo pochi fortunati a saperla decifrare. Con l’avvento dell’alfabetizzazione, i poteri, da tre sono diventati quattro. Il quarto potere è quello dei media. Esatto, è a causa dei media che le informazioni sono modificate a uso e consumo del potere, non necessariamente uno degli altri tre. È per questo che il così detto quarto potere può essere più forte di tutti gli altri sotto determinate circostanze. Consiglio ai neofiti la visione del film "Quarto Potere" (titolo originale Citizen Kane del 1941) in cui un non proprio sconosciuto Orson Welles presenta l’inquietante storia ci come un magnate della carta stampata tenti, sfruttando appunto il suo potere mediatico, di farsi eleggere quale governatore negli Stati Uniti e di come a causa sempre del quarto potere non ce la faccia (ok, chiedo scusa per il piccolo spoiler). Come ha scritto Ezio Mauro, direttore de “La repubblica”:
“In una formula - aberrante, e salutata con applausi soltanto in Italia - si potrebbe dire che il Capo dell'esecutivo ha in questo caso usato il legislativo per sfuggire al giudiziario, fabbricando con le sue mani e con quelle di una maggioranza prona un salvacondotto su misura per la sua persona, in modo da mantenere il potere senza fare i conti con la giustizia.” Io ci aggiungo solo che il nostro capo del governo mantiene nelle sue mani non due su quattro, ma ben tre su cinque poteri: quello esecutivo, quello legislativo ed in maggioranza quello mediatico. Il potere giudiziario pare saldamente in mano alla sinistra (pare vietato ammettere che sia imparziale, vero?), ma il QUINTO potere? Esiste,eccome, da almeno duemila anni. Nel passato erano i papi ad incoronare gli imperatori, la religione non è null’altro che una sorta di potere mediatico esercitato per mezzo della superstizione, professata in tetri luoghi capaci di accogliere centinaia di persone per volta. Ebbene, grazie agli scandali dell’Estate anche la Chiesa gli ha voltato, con riluttanza, tatto e lungimiranza, le spalle. Verrebbe da chiedersi perché. Perché si ostini a rimanere attaccato al potere con il sangue, i denti e pure le unghie dei piedi. È semplice, lo afferma ineccepibilmente Giuseppe D’Avanzo di nuovo su “La Repubblica”: “La politica, per Silvio Berlusconi, è nient'altro che il modo più efficace per accrescere e proteggere il suo business. È sempre stato così fin da quando, neolaureato fuori corso in giurisprudenza, si dà agli affari. Forte di legami politici con le amministrazioni locali e regionali - e qualche "assegno in bocca" - diventa promotore immobiliare. La politica gli consente di tenere a battesimo, fuori della legge, il primo network televisivo nazionale. La collusione con la politica - la corruzione d'un capo di governo e il controllo di ottanta parlamentari - gli permette di ottenere, dal presidente del consiglio corrotto, due decreti d'urgenza e, dal parlamento, una legge che impone il duopolio Rai-Fininvest. Non proprio un prometeo dell'economia, nel 1994 è in rotta e fallito (gli oneri del debito della Fininvest - 4000 miliardi di lire - superano l'utile operativo del gruppo). Ha perso però i protettori travolti dal malaffare tangentocratico e s'inventa "imprenditore della politica" convertendo l'azienda in partito. E' ancora la politica che gli consente di manomettere, con diciassette leggi “ad personam”, codici e procedure per evitare condanne penali per un variopinto numero di reati (falso in bilancio, frode fiscale, appropriazione indebita, corruzione) fino all'impunità totale della "legge Alfano" che gli assicura un parlamento diventato bottega sua.” Si, certo, manca la parte dell’eroe Vittorio Mangano, ma se ci mettiamo la Mafia come sesto potere, l’Italia diventa peggio di una barzelletta. Facciamo come ormai fan tutti: facciamo finta che la mafia non esista. Ma Berlusconi è una vittima? Certo, è solo vittima di se stesso: ognuno, prima o poi, ha quel che si merita. Egli è solo vittima delle sue azioni passate: la torbida compravendita di diritti tv, la corruzione giudiziale nel lodo Mondadori per scippare a Carlo De Benedetti (oggi proprietario del gruppo Repubblica-L’Espresso) la più grande casa editrice italiana. Insomma, una resa dei conti tra nemici giurati. Per tornare al 4 potere, purtroppo (per Silvio), o per fortuna (de “La Repubblica”), pare non essere ancora del tutto nelle mani del Premier. I tempi quindi sembrano maturi, la campagna mediatica della stampa non ancora nelle sue mani lo incalza, la Chiesa fugge a gambe levate alzando l’abito talare e mostrando livide gambette scarne senza il minimo segno di biancheria intima, la stampa internazionale lo bacchetta, le escort non se lo filano più. E l’opposizione che fa?
L’IdV attacca il Capo dello Stato, talmente impegnati nel loro giustizialismo da dimenticare che in Italia non esiste il diritto di veto. Che vergogna. Napolitano, insieme a Fini, sono le uniche persone ad essere venute fuori senza il minimo ammacco da questo pandemonio, il primo firmando il Lodo Alfano, il secondo bacchettando da vero super partes la coalizione dalla quale proviene.
Il Partito Democratico? Se anche ha una parte in questo caos (i famosi “scossoni al Governo” teorizzati da D’Alema a pochi giorni dagli scandali delle escort, mi spiace per tutti ma non potevano essere un caso) il PD ha semplicemente dimostrato la sua deficienza politica, mettendo in ginocchio Berlusconi e la politica che egli rappresenta nel momento sbagliato, usando (finalmente) i mezzi sporchi che non aveva avuto il coraggio di usare ai tempi della Bicamerale, ai tempi di D’Alema Presidente del Consiglio, ai tempi in cui si discuteva di conflitto di interessi. Certo, il momento non era opportuno: come si può pretendere di conquistare il potere e demolire un avversario senza avere né un leader, né una linea politica condivisa? Idioti...
Ecco che lo spettro del quinto potere si rifà avanti, come un cancro tra le file del Partito Democratico, i maledetti Teodem fanno le prove con l’UDC per una nuova Democrazia Cristiana e relegare di nuovo il potere temporale nelle mani di un Dio la cui dubbia utilità è ad uso e consumo della casta ecclesiale.
La sinistra radicale, orfana delle polo Lacoste del vecchio Bertinotti, si è ormai guadagnata l’attributo di extraparlamentare. Qualcuno le dica che i tempi di Berlinguer sono finiti.
E nella maggioranza?
Il PdL ovviamente si schiera, chi con Fini, chi con Silvio.
Le parole di Bossi non meritano, invece, il minimo commento.
In tutto questo calderone si inserisce anche la legge per il rientro dei capitali dall’estero. Nient’altro che un regalo a mafiosi, corrotti e farabutti pur di tentare di raschiare il fondo di un barile il cui fondo non esiste più, da quanto è stato raschiato a fondo.
Infine, per quanto riguarda la politica internazionale, trovo alquanto pazzesca l’investitura, se così si può dire, a “paladino della pace” di Barak Obama. L’uomo più potente della terra ha avuto almeno la buona grazia di arrossire e dichiarare che “non è sicuro di meritare” il Nobel assegnatogli. I casi sono due: o i gentiluomini della accademia di Svezia avevano bisogno disperato di una pubblicità gratuita, per sentirsi ancora sulla cresta dell’onda con ancora il vento a scompigliare le canute barbette; oppure veramente nell’ultimo anno nessuno ha voluto la pace più del capo di stato del paese che continua ad ammazzare gente in Afghanistan ed Iraq e che permette al suo interno di mantenere la pena di morte. In questo caso, il mondo è proprio allo spasimo. Ma forse è solo un premio che racchiude un auspicio per il futuro, nel quale non resta che sperare.
Detto ciò, mi ritiro per deliberare insieme ai miei amici sinistroidi Giudici della Consulta. Perlomeno, nove su quindici. Insieme al 72% della stampa italiana a cinque televisioni nazionali su sei del tutto schierate contro il Premier, insieme a Fini che è troppo schifosamente fermo nel suo ruolo istituzionale per essere stato in passato leader della Fiamma Tricolore ed infine al Capo dello Stato, un ex comunista salito al potere spolpando pargoli e bevendo sangue di vergine dai teschi di massoni decaduti. Insomma tutti gli ingredienti per un bel PARTY!!!
Date retta a me: alle prossime elezioni votate scheda nulla.
“LA GUERRA È PACE
LA LIBERTÀ È SCHIAVITÙ
L'IGNORANZA È FORZA.”
George Orwell, “1984”. Data di prima pubblicazione 1949.
Avvertenza: questo post contiene disquisizioni di carattere puramente grammaticale che riuscirebbero a causare un'occlusione intestinale ad un cadavere e che, quindi, potrebbero farvi rimpiangere la buona vecchia scuola dell'obbligo.
Come ho già avuto modo di accennare, la Tedeschia sembra essere costantemente invasa da Germanesi e, quindi, risulta necessario l'apprendimento del Germanico, la loro lingua madre. Diciamocelo: di primo acchito può sembrare una lingua cazzuta. Poi, piano piano, quando si inizia a studiarla seriamente, si frequentano delle lezioni, si comincia a proferire qualche parola, si comprende appieno la cazzutaggine di tale idioma. Se il latino ha prematuramente lasciato questo mondo a causa della sua complessità e delle sue declinazioni, non mi spiego come il Germanico sia riuscito a sopravvivergli. Qui si declina di tutto e di più: i verbi, gli aggettivi, gli articoli, i pronomi. A seconda dei casi (nominativo, accusativo, genitivo, dativo) il verbo, aggettivo, articolo o pronome subisce una variazione minimale, ma che è sufficiente a mandarti in completa confusione. Non solo, ci sono una infinità di particelle che attaccate al verbo gli fanno cambiare significato e che all’interno delle frasi un po’ più complesse si muovono a destra ed a manca senza ritegno alcuno né rispetto per chicchessia. Ad esempio? Il verbo “machen” (fare). Bello, mi piace. Ma se ci aggiungo “zu” (zumachen) mi diventa “chiudere”, se ci metto un bell’ “auf” (aufmachen) vuole dire “aprire” e con uno splendido “aus” (ausmachen) diventa “spegnere”. Inoltre queste particelle possono essere messe attaccate al verbo o alla fine della frase, cambiando ovviamente il significato del verbo stesso! Ma non è ancora finita, per dire aprire si usa anche “öffnen” e per chiudere si usa il buon vecchio “schließen”, mica vorremmo correre il rischio di fare confusione, no? Suona terribilmente complicato? Aspettate di leggere il resto.
Ci sono quattro lettere di cui il buon vecchio idioma Germanico va tutto fiero, un po’ come lo spagnolo va fiero della sua ñ: “ö” si pronuncia come nel nostro varesotto, una bella “o” chiusa. “ä” si pronuncia “è” “ü” il solito varesotto con la “u” chiusa e stretta “ß” è una semplice doppia “s”, gli svizzeri, dall’alto della loro intelligenza hanno pensato bene di eliminare sto carattere inutile e scrivere due volte la “s”. Questo fa enormemente incazzare i Germanesi che dichiarano senza indugio alcuno che, a causa di ciò, per capire uno svizzero che parla tedesco hanno bisogno dei sottotitoli anche in-real. Nonostante le assonanze letterali e fonetiche con il miglior dialetto lumbaart, non provate a dire che in estate avete kált, perché ti guardano tutti male. Qui al massimo un po' di Kalt lo puoi avere in pieno inverno, quando le giornate sono corte, la media è intorno ai meno dieci e devi scalare la cascata di ghiaccio ed uccidere l’orso polare per rientrare in casa dalla finestra, a stento raggiungibile nonostante i quattro metri di neve.
Ma in fondo il tedesco è facile. La prima regola che ti insegnano è che il verbo è al secondo posto nella frase, sempre e comunque. A parte nelle domande, che è sempre per primo, a meno che non sia una w-frage, perché allora è sempre secondo o a meno che il tempo non sia composto, perché in questo caso va spezzato in due, l’ausiliare (o il modale) secondo e il resto alla fine; certo se ci fosse una frase subordinata, che non rispetta affatto questa facilissima regola di posizionamento verbale, il verbo della frase subordinata, appunto, va messo alla fine, anche se è composto, credo... Chiaro e limpido, vero? Poi ci sono i pronomi tutti declinabili, il pronome relativo che è fatto dall’articolo stesso, dei fantomatici pronomi definitivi che mi fanno un po’ paura, uno strano complemento oggetto che a causa delle preposizioni si fotte gli altri complementi rendendo necessaria la declinazione, un bellissimo articolo negativo (kein/e), sei verbi modali e, last but not least, il fenomeno dell’agglutinamento (o agglutinazione?) delle parole!
Il Germanico è una lingua agglutinante, non vuole necessariamente dire che contenga glutine, bensì che parole diverse si uniscono a formare tante nuove parole dalla lunghezza allarmante. Esempietto facile-facile: “Fahrkartenschalterhalle” che sta un po’ a significare androne-dove-si-trovano-gli-sportelli-per-fare-i-biglietti. Ma quanto sono avanti in Tedeschia? Un consiglio? Non usate mai la parola “ovvio” in tedesco: selbstverständlich, che non centra un cazzo con l’agglutinamento, ma usare una parola talmente cazzuta per dire una enorme cazzata, è fuori da ogni raziocinio. Non la utilizzerò mai.
Esiste la possibilità che dobbiate chiedere che ore siano. Ebbene in Germanico le parole giuste da usare sono “Wie spät ist es?”, peccato che tradotte letteralmente vogliano dire “Quanto tardi è?”. A me va bene lo stacanovismo tedesco, ma questo è puro pessimismo storico della loro classe dirigente, che si crogiola nell’autocompiacimento facendo credere ai sottoposti che sia sempre tardi, potendo urlare con un fare da Führer, la loro locuzione preferita: “Schnell, Scheiße ... Schnell!!!”.
Se mai qualcuno mi dovesse chiedere quanto tardi si sia fatto, prometto solennemente di rispondergli con qualcosa del tipo “Non saprei, ma non è affatto tardi...”
Anche i numeri Germanici si comportano in modo strano. Tranquilli, anche qui vige il sistema metrico decimale e ogni buon Germanese sa contare fino a 10 usando le dita delle mani e fino a 20 usando quelle dei piedi; un buon ordine di grandezza in più rispetto a noi italiani che senza una calcolatrice sappiamo contare sino a uno, ma solo perché ragioniamo con il pisello. I bambini qui però non giocano ad un, due, tre – stella, ma ad eins, zwei, drei – Polizei, perquotendo il malcapitato che non si ferma in tempo con carnosi manganelli di legno con incisa una croce uncinata. Ma torniamo ai numeri: se fino al 20, bene o male, abbiamo imparato che ogni lingua segue una anarchia tutta sua (italiano e tedesco compresi) qui ci troviamo davanti all'apoteosi del non senso. Anche in questo caso è l'ordine naturale delle cose ad essere cambiato. Dovete dire “ventuno”? Preparatevi a dire uno-e-venti, tutto attaccato: einundzwanzig. Il climax si raggiunge al 555 che si legge fünfhundertfünfundfünfzig. Una overdose di "u" che condannerebbe dritto alla dannazione eterna il più pio dei linguisti neolatini.
Dulcis in fundo, se vi dovesse capitare di finire in Cruccolandia tenete bene a mente le tre frasi più importanti per il neofita: 1_ Ich spreche kein Deutsch. (Traduzione letterale: “Io parlo nessun tedesco”) 2_ Ich verstehe nicht. (Traduzione letterale: “Io non capisco”) 3_ Deine Busen sind riesig. Mochtest du ficken? (Traduzione letterale: “Le tue tette sono giganti. Ti andrebbe una scopata?”) Purtroppo erano anche le uniche frasi ben incise nella mente dell’idolo Giovanni Trapattoni, che durante la sua fantastica avventura in Germania al Bayern finì la sua intervista-scandalo con un fantastico “Io sono finito” (Ich habe fertig) piuttosto che dire “Io ho finito”, diventando un cult per i giovani tedeschi ed anche per la Gialappa’s.
P.S. Ho tentato in tutti i modi di trovare sul web la celeberrima “Ipse Dixit” che la Mai Dire Gol fece nel ’98, appunto della conferenza stampa del Trap a Monaco, ma la mia ricerca non ha dato risultato alcuno. Possibile che in quell’immenso mare di informazioni che è il World Wide Web, questo pezzo di storia del calcio sia andato irrimediabilmente perduto?
"L’Italia è un Paese in cui vige un «fascismo light» che non mi piace per niente. L’Italia è un incubo da cui mi auguro gli italiani si sveglino presto. L’Italia è il Paese che amo."
Sono già passati tre mesi da quando ho lasciato l’Italia, la metà del mio Probezeit è già arrivata e con essa si sono volatilizzate anche le prime dodici settimane di corso di tedesco. Solo tre mesi, ma mi sembra già trascorsa una vita da quando lavoravo in Finmeccanica, quando l’Estate era agli inizi, quando non sapevo una parola di germanese. Ebbene qui l’Estate è bella e che andata, Finmeccanica è solo un ricordo ed il tedesco è difficile da capire, un po’ meno da parlare (senza grosse pretese di correttezza grammaticale, ammesso che si abbia un buon vocabolario). La scuola alla quale mi sono iscritto sulla carta è buona, non è certo il Goethe Institut, peccato che abbia solo due difetti: le segretarie quando ti parlano sembra che ti prendano per il culo (testuali parole di un compagno bergamasco) e il livello dell'insegnamento è legato (per lo meno nell'Abendkurse, il corso serale) alla competenza e alla voglia di fare dell'insegnante. Per le prime sei settimane il mio insegnante norvegese sapeva fare il suo mestiere, ma la restante metà del corso è stata pessima. L'insegnante era una quarantenne frustrata che basava le sue lezioni sulle fotocopie di un libro degli anni '60, parlava da sola, iniziava dopo e finiva prima dell'orario pattuito. Insomma una copia un po' più femminile del mio insegnante di Inglese delle superiori (quella vecchia spugna di Barozzi, per chi se lo ricorda). Così, usando come uniche armi la buona volontà, la mia ricevuta di pagamento ed il mio buon senso l'ho fatta cacciare, minacciando di non pagare per altre dodici settimane anche se non sapevo ancora se il mio capo mi avrebbe pagato il corso, in barba agli obblighi contrattuali. In effetti ha storto un pochino il naso, ma non riesco mai a capire se storce il naso per un motivo particolare o lo storce sempre a prescindere. Fra tre mesi avrò delle risposte.
Intanto sono già in parte entrato nei loro usi e costumi (questo non significa che mi vedrete addobbato in abiti tipici, con bretelle rosse, pantaloncini verdi e camicia bianca). Uso la bicicletta per spostarmi su brevi distanze (per quelle lunghe c'è l'S-Bahn) qualche giorno la uso per andare persino al lavoro e per fare la spesa. È una specie di training, perché a Novembre riporterò la mia amata Golf in Italia. Un motivo in più per lasciarla nel caldo suolo italico per tutto l'anno prossimo è che settimana scorsa mi ha lasciato benevolmente a piedi con la batteria a terra.
La bicicletta comunque risulta comoda per gli spostamenti qui in pianura, indolenzimento delle terga a parte. Come se non bastasse a poche centinaia di metri dalla mia dimora di districano chilometri e chilometri di piste ciclabili, la più famosa elle quali costruita su ciò che rimane della vecchia pavimentazione del Muro (chiamata Berliner Mauerweg) che nel sud della capitale si estende per oltre cinquanta chilometri. In tutta la immensa regione attorno a Berlino ci sono piste ciclabili che ti possono portare ovunque, solcando praterie immense di campi coltivati a orzo, frumento granturco.
Berlino è comunque una città verde. Proprio in centro, di fronte alla porta di Brandeburgo c'è il Tiergarten, una specie di Central Park alla New York. Ci assomiglia molto a quanto pare. ogni mattina gente che fa jogging, porta a spasso i cani, si fa una passeggiata; al pomeriggio c'è chi prende il sole e la sera ci organizzano concerti. È di fronte al Tiergarten (ed a duecentomila persone) che Obama fece il suo discorso durante la campagna elettorale del 2008.
Altro parco cittadino, come avevo accennato nel post passato, è il Mauerpark. Ci ho rifatto un giro nella giornata più calda dell’estate berlinese, in cui si sono sfiorati i trenta gradi, tanto per documentare un po' quanto i germanesi sono entusiasti del karaoke. Da notarsi le ali di folla.
C'è gente che grazie al Mauerpark ci campa. Oltre al tizio che organizza il karaoke (che non solo non si fa pagare, ma se vai a cantare ti offre pure una bottiglia di birra), ci sono veramente tante persone che con il "vuoto a rendere" riescono ad arrivare alla fine del mese. Queste persone (anziane soprattutto) si accaparrano tutte le bottiglie lasciate a terra o buttate nei cestini da chi frequenta il parco. Qui in Germania una bottiglia vuota viene pagata 8 centesimi di euro ed a giudicare da quante ne ha prese il signore in questa foto, forse non ti fanno diventare miliardario, però ti aiutano a mettere qualcosa sotto i denti.
A proposito di cibo: sono migliorato parecchio a cucinare. Pensavo già prima di essere al di sopra della media maschile italiana nell’arte culinaria, ma ora sono paragonabile alla media femminile (ho detto paragonabile, non fraintendiamo). Sono diventato bravissimo a fare le torte. Grazie alle ricette segrete datemi da mia madre ed un forno a microonde (un must per un uomo single) i nove chili che ho perso il primo mese saranno già per metà recuperati. Certo, all'inizio non sono mica tutte rose e fiori, i risultati non sono stati molto incoraggianti, anche perché non avevo mai acceso un microonde in vita mia.
Ma il metodo scientifico inventato da Galileo lo si può applicare anche in cucina e così, dopo innumerevoli tentativi andati male sono riuscito a fare ben tre torte da offrire ai miei colleghi per il mio compleanno.
Il capo è stato così entusiasta che mi ha detto che per fare l´ingegnere sono sprecato e che magari mi converrebbe cambiare lavoro. Tenendo conto che sono ancora in prova non suona molto bene.
Ma cosa mangia di solito un uomo single italiano in quel di Berlino? La colazione è leggera, una fetta di torta e una tazzina di caffé (moka rigorosamente). A mezzodì un panino dall'aria sorridente (foto) in cui vario diversi formaggi e bratwurst tipicamente tedeschi.
La sera carne e contorno tipicamente fagioli, piselli, carote, patate con cipolle sugo e un pochino di aglio. La pasta solo nel weekend perché è troppo lunga da cucinare. Prossimi passi? Il risotto, la purea, la polenta (senza paiolo di rame però) e qualche leccornia a base di carne, chessò, anatra alla arancia per esempio. Così, nel caso riuscissi con l'inganno a invitare una ragazza a cenare a casa mia, non si potrà mai dire che "Nel bel mezzo di una cena romantica, lei è scappata a gambe levate perché lui le ha offerto una Simmenthal".
Per rimanere in ambito culinario ho fatto il gravissimo errore di accettare del cibo da degli sconosciuti. Beh in effetti l'ho accettato dalla padrona di casa, ma il risultato rimane che è stato un errore. Perché? Perché ho accettato a mani basse una vomitevole Möhrensuppe (zuppa di carote) dal colorito giallognolo che la mia padrona di casa cucina almeno due volte a settimana in enormi pentoloni e di cui si riempie la pancia. A parte il colore, che mi ha fatto capire cosa intendesse il Chunk de "I Goonies" per "ho fatto una bottiglia che sembrava vero vomito", e l'odore, mi è passata la voglia di assaggiarla quando con la forchetta ho esaminato il contenuto ad altissimo contenuto di aglio in spicchi semi interi.
Inutile dire che fine ha fatto la suddetta Möhrensuppe...
Ogni settimana la signora si presenta con la zuppa in questione ed ogni settimana io la faccio passare per il lavandino. Non posso mica dirle che mi fa cagare... D'altro canto spero che la enorme quantità di pezzi d'aglio non intasi un giorno lo scarico. In compenso settimana scorsa è riuscita a rifilarmi ben due pietanze: la solita roba giallognola e dei fagiolini saltati in padella con del petto di pollo. Questi ultimi assolutamente mangiabili, anzi, addirittura buoni! Peccato sia riuscita a mettere la cigliegina sulla torta fornendo annche due accessori supplementari: del limone da aggiugere spremuto alla zuppa (a detta sua per renderla più buona, ma il risultato non è cambiato) ed un vasetto di yogurt bianco da aggiungere ai fagiolini!
La fine che ha fatto la Möhrensuppe la conoscete già; i fagiolini, invece, me li sono mangiati da soli e lo yogurt come dessert.
“Sei un coglione.” “E perché mai?” “Non lo so, ma mi piace dirtelo.”
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