Saturday, December 12, 2009

Mein Beruf


“Was machst du von Beruf?” È una delle prime cose che ho imparato in Germanico, insieme a “Wie geht‘s?” e “Deine Titten machen mich wahnsinnig!”.
Ebbene: cosa faccio di lavoro qui in Tedeschia? Beh se riuscite a spiegarlo a mia madre siete molto bravi, io non ce l’ho fatta. Non perché lei non sappia cosa sia un fotone o cosa sia un FPGA, ha studiato da infermiera mica da scienziata, ma credo che anche mio padre, che viene da una istruzione tecnica, abbia qualche difficoltà a spiegare ai suoi amici perché suo figlio, alla tenera età di 25 anni, abbia mollato casa, famiglia, lavoro, la fila di donne che lo aspettavano davanti al portone (sebbene la mia casa il portone nemmeno l’avesse) per andare in terra straniera a cercare fortuna. Beh partiamo dalla mia ditta, ovvero dove lavoro. La ditta non è mia, ovviamente, altrimenti sarei a godermi i miei decamila euro al mese con una birra e mille lire in mano; di sicuro non a scrivere sul blog.
Ecco io lavoro qui, non badate al grigio del cielo di Berlino, qui è settato come “default color”.





Ho la mia scrivania, il mio computer, un sacco di scartoffie, un bel po’ di disordine e l’accesso ad internet che in GA me lo sognavo la notte. Abbiamo la macchinetta del caffè espresso con riserva illimitata pagata dalla ditta, ma lo zucchero te lo devi portare da casa. Come, “perché?” Qui si pensa alla salute: caffeina si, diabete no. Per dirla tutta è un po’ un eufemismo la parola “espresso”, ma il suo porco lavoro l’apparecchio lo fa in maniera impeccabile, anche perché il mio collega polacco lo culla come fosse la sua nipotina. Fortunatamente il nostro caffè non è paragonabile al catrame liquido che ti servono le macchinette automatiche stile Polimi.



La giornata lavorativa inizia puntualissima: tra le 8 e le 11.30 più o meno tutti sono in ufficio e più o meno tutti fanno le proprie otto ore al giorno. Per quanto mi riguarda arrivo alle 9.05 e me ne vado alle 17.15, otto ore per il lavoro, 10 minuti di pausa pranzo. Si lavora per vivere non il contrario.
Prima cosa da fare, subito dopo avere acceso il computer, è controllare le innumerevoli e-mail che mi giungono sulla casella di posta elettronica del lavoro. Una od due alla settimana, di solito. Al contrario di quello che fa qualunque altro lavoratore italiano con a disposizione una connessione internet, mi sono imposto di non usare Facebook al lavoro, è una questione di correttezza, per cui non mi si venga a dire che cazzeggio al posto di fare il mio dovere. Ma in cosa consiste esattamente il mio dovere? Detta in parole semplici la mia figura professionale è quella di uno sviluppatore firmware (VHDL based) su piattaforme FPGA della famiglia Xilinx per applicazioni di management ed elaborazione di campioni provenienti da sistemi di misure fotoniche... Capito un cazzo, eh? Vediamo se ce la faccio a farvi un esempio. Un mesetto fa il capo mi dice che quello che prima si faceva fare al software, mo me lo devo smazzare io in hardware. Proviamoci, dico io. Dopo una settimana di schizzi, scarabocchi, bestemmie (in italiano), ore ed ore a pensare, ad interpretare ed evidenziare, ho partorito questo:


first


Come potete leggere chiaramente, il tutto funzionava benissimo. Peccato non facesse il lavoro per il quale era stato progettato. Allora ho tirato fuori questo dopo circa un’altra settimana e mezza:


final


Ovviamente, dopo avere eseguito una bel po’ di test, sulla carta il tutto funziona da Dio, come il seguente grafico può dimostrare:


test_g


Peccato che, ad oggi, dopo un mese di lavoro, una volta provato sull’apparato, non funzioni una cippa e mandi in crash il computer sul quale lo sto testando. Il capo oggi, molto amichevolmente, mi ha dato due settimane per sistemarlo. Ma settimana prossima è l’ultima prima del mio rientro in Italia per le feste, quindi speriamo di cavare qualche ragno dal buco. Ad ogni modo, questa è la dimostrazione che i duri anni di studio all’università sono serviti a qualcosa, che ho imparato, che sono un bravo ingegnere conscio delle proprie potenzialità e che sa esprimersi al meglio. Avete visto come sono stato bene dentro negli spazi quando coloravo? Non sono però completamente soddisfatto dell’accostamento cromatico, mi mancava il blu ed ho dovuto usare la penna. Per Natale mi regalerò una scatola di pastelli a cera.

Il duro lavoro, in Germania, porta anche dolci soddisfazioni. Come questa:



O un san Nicola di cioccolato Lindth con tanto di “Frohes Fest!” scritto sopra.
Per chi se lo stesse chiedendo: si, la nostra segretaria ci vizia...


Poi, ogni tanto il capo se ne esce con gli orsi...



...oppure con tredicesima e quattordicesima come quest’anno... io preferisco gli orsetti a due mensilità in più all’anno, eh, ma non ha senso stare a discutere. :D


In questi mesi, inoltre, ho anche avuto a che fare con dei pinguini. Purtroppo, o per fortuna, non mi riferisco né a quelli in abito talare e nemmeno ai poveri prigionieri dello zoo di Berlino. Un bel dì arriva un pacco per il mio collega russo con una bella etichetta di questo tipo:





Essendo la scatola delle dimensioni di, boh, un cubo 10x10x10cm, l’idea che possa contenere dei pinguini era alquanto improbabile.
Beh, che stupido,certo è pure scritto sull’etichetta che non ci sono pinguini all’interno. Però magari è un divieto: divieto ai pinguini di portare il frack, c’è anche il papillon! No, non credo.
Vietato appoggiare pinguini sulla scatola! Geniale, magari ci appoggio un cane, un gatto, un tenero koala, ma non un cazzo di pinguino!
No way.
Ci sono! La scatola contiene pericolosi oggetti satanici, non adatta a suore sotto la maggiore età (65 anni).
No non ci siamo: non dare la scatola ai pinguini, potrebbero conquistare il mondo o, chessò, la libertà. Beh potrebbe andare se i pinguini assomigliano a questi qui di lato. Alla fine ho dovuto chiedere qualcuno molto più esperto di me (Google) per capire che il segnale in questione indica che non si deve congelare il l'imballaggio. Mi sarei aspettato un bel fiocco di neve sbarrato, un frigorifero chiuso con il lucchetto, un ghiacciolo al limone su sfondo rosso, ma non un pinguino in frack.

Qualcuno potrebbe ora chiedersi: ma insomma in questi cazzo di sei mesi si può sapere che cosa hai fatto al lavoro? O dobbiamo credere che hai bevuto caffè, sconfitto pinguini, mangiato biscotti, cioccolata e trucidato l’intera popolazione mondiale di orsetti gommosi mentre disegnavi con i pastelli a cera scrivendo (con una calligrafia illeggibile) parole in un inglese maccaronico su un foglio di carta a cui sarebbe di certo piaciuto rimanere un albero pur di non trovarsi costretto ad un utilizzo così infame?

Allora significa che ho fallito, sono un pessimo scrittore, non sono riuscito a spiegarmi, non sono riuscito a trasmettervi chiaramente il risultato del mio così duro ed arduo lavoro.
Potrei chiedere al capo, per una ulteriore conferma, per capire come essere più chiaro, ma rischierei di confondervi ancora di più visto che settimana scorsa ho cambiato i neon in tutti gli uffici, perché ero l’unico alto abbastanza.



Post Scriptum: per chi volesse saperne di più sugli orsetti gommosi consiglio questo post.



... e sémm partii,
cum i tócch de védar de un büceer a tócch,
una vita nœva quänd finiss el maar
mentre qéla vœgia la te pica i scpáll ...

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